Sport – Tiro con l’arco

Attività sportive con soggetti disabili

Lo sport sta diventando sempre più diffuso a livelli non agonistici e anche in qualche modo riabilitativi a livello psicologico.

Archètipo ha iniziato una collaborazione con la F.I.B. (Federazione Italiana Bocce), società iscritta al C.O.N.I. per una sperimentazione con disabili visivi presso la Società U.S. Affrico a Firenze.

Il 1 giugno 2003 Archètipo ha partecipato al Primo Convegno Internazionale di Tiro con l’arco per disabili visivi a Birmingham per la definizione dei regolamenti internazionali in vista della possibile partecipazione alle Paraolimpiadi. Lo stile fiorentino è stato riconosciuto con il nome di “stile libero” (free style) contrapposto a quello che si avvale di supporti tattili di aiuto all’arciere.

 

 

Attività di tiro con l’arco per soggetti disabili

Tiro con l'arco per non vedentiL’Associazione Archètipo svolge attività di tiro con l’arco per disabili, non solo motori, ma anche visivi. In particolare per questo settore, dopo molti anni di sperimentazione, si è ormai costituito come punto di riferimento a livello nazionale e internazionale.
Oltre a curare l’attività a livello strettamente sportivo, in collaborazione con le Federazioni attinenti (F.I.T.ARCO e F.I.S.D) , l’Associazione cura anche l’aspetto di recupero psico-relazionale e motorio anche per quei soggetti che non intendono, per vari motivi, seguire un’attività agonistica propriamente detta. In questo senso Archètipo lavora in collaborazione con il progetto “Un ponte per la vita” dell’Unità Spinale di Careggi, il cui scopo è appunto quello di recuperare alla vita persone che hanno subito danni così gravi a livello motorio da essere costretti a profondi e improvvisi cambiamenti nella propria esistenza.
L’attività si svolge anche per non vedenti totali e, in tal senso, ha da anni rappresentato l’efficacia di un progetto inizialmente sperimentale e ormai riconosciuto come valido a pieno titolo. Infatti il tiro con l’arco per non vedenti costituisce una delle non molto numerose occasioni di fare sport per una categoria che conosce già molti limiti, sia a livello motorio che di integrazione sociale. La tecnica si basa non sull’utilizzo di accessori che sostituiscano la vista, quanto piuttosto sull’affinamento della tecnica di base, sull’osservazione del le proprie percezioni motorie e psicologiche e sull’orientamento spaziale.
In tal senso si avvicina, o almeno tiene conto, di una concezione che ricorda lo “zen e il tiro con l’arco” per una ricerca di sé che costituisce una base indispensabile per l’autostima e la crescita psicologica di soggetti in situazione di svantaggio. Ma certamente non solo di essi, dal momento che gli incontri, sempre giocosi, costituiscono un momento di scambio e di autoesame anche per gli operatori che non sono portatori di handicap.

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La Storia

L’idea nasce nel 1992 su proposta di Leonardo Terrosi, all’epoca allenatore della squadra giovanile della Regione Toscana che si mise in contatto con Cecilia Trinci, istruttore Fitarco e, per motivi professionali esperta delle problematiche dei non vedenti. Insieme organizzarono un primo anno di lavoro che portò esperienze nuove e impreviste. Si creò una stretta collaborazione tra i ragazzi arcieri della squadra regionale e un gruppo di non vedenti della stessa età disposti non solo a provare a tirare con l’arco, ma anche a scambiare competenze personali. I vedenti, istruttori compresi, capirono che la realtà conosciuta senza ricorrere soltanto alla supremazia della vista ha valenze più profonde e apre la mente a dinamiche sconosciute. I non vedenti scoprirono di avere dentro di sé possibilità mai esplorate, competenze specifiche da donare a chi vede e impararono a tirare con l’arco senza poter mirare.

Un concetto fondamentale, infatti, su cui si basava l’esperienza era la convinzione per cui non è la mira l’elemento principale su cui un buon arciere deve fare affidamento, ma piuttosto la corretta posizione, la sequenza di tiro, l’allineamento dei segmenti scheletrici, una buona coordinazione e un’armonia generale nel movimento.

L’esperienza durò per un inverno, poi impegni diversi dall’una e dall’altra parte fecero smarrire il gruppo. Ma un ragazzo non vedente, Alessandro Tanini rimase con la sua insegnante Cecilia, che, rimasta da sola cercò di trovare nuovi obiettivi, nuovi seguaci e nuove idee perché il progetto non si perdesse del tutto. Fu così che arrivò Elena, una ragazza dolce eppure tenace, a vederla fragile ma con un tale entusiasmo che dette nuova vita al piccolo gruppo. Poi si unì subito dopo Stefano, la vista persa in modo drammatico, un grande amico. E poi Massimo e Vincenzo. E contemporaneamente si unì anche un altro istruttore Nedo Vannucci, ottimo catalizzatore di atmosfere, oltre che tecnico di grande valore. Ormai il gruppo aveva preso una sua specifica identità ed iniziarono i primi successi anche all’esterno: manifestazioni a Rovigo, a Ferrara, la partecipazione straordinaria a i Campionati Italiani FISD di Foligno, una prima gara sperimentale ad Asti.

Inizia anche la dura battaglia per il riconoscimento ufficiale da parte della Federazione Sport Disabili che arriverà, in forma “sperimentale” nel 1999 e poi ufficialmente nel 2001, in occasione del 14° Campionato Italiano a Cavareno (Trento) che per i non vedenti è stato il primo della loro storia sportiva. Il regolamento prevede per i non vedenti le stesse distanze dei vedenti (18 metri per le gare indoor) inoltre il tipo di tiro è quello dell’arco nudo.

Infatti la tecnica di tiro si basa non sull’uso di ausili (meccanici o elettronici) ma sulla valorizzazione della persona e della tecnica. In altre parole il non vedente non ha bisogno di oggetti esterni a sé, ma deve curare l’allineamento rispetto al bersaglio (unica richiesta particolare un solo tiratore per bersaglio ad ogni volée) e avere un’attenta concentrazione al controllo interiore del gesto.

Il gruppo, nato sul campo di tiro di Ugnano, nella Società “Ugo di Toscana”, ha proseguito il suo cammino sportivo all’interno del Gruppo Firenze Libertas, sostenuto dalla Società Arcieri del Giglio e infine, nel 1999 è entrato a far parte dell’Associazione Archètipo che gli ha permesso di crescere notevolmente, sia come numero che come sostegno tecnico e strumentale. Oggi è un gruppo numeroso quello degli arcieri non vedenti, alcuni anche pluriminorati che hanno bisogno di supporti tecnici speciali per poter tirare con l’arco, dal momento che hanno menomazioni aggiuntive di carattere motorio.

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La Tecnica

Noi crediamo che i non vedenti siano prima di tutto persone. Che abbiano risorse spesso sconosciute a loro stessi che dobbiamo tutti insieme imparare a valorizzare di più.

In particolare, nel tiro con l’arco, abbiamo volutamente rifiutato il concetto di “sostituire la vista” con congegni di vario tipo, come se ci fosse soprattutto una “carenza”, una “mancanza” da riempire. Noi crediamo invece nell’utilizzo “diverso”, ma non per questo inferiore, delle capacità residue. Non solo dei sensi “residui”, dunque, ma anche di capacità di osservazione dall’interno, di attenzione ai movimenti propriocettivi, di abitudine alla compensazione nella gestione dello spazio circostante.

La tecnica è la più semplice: un arco “nudo”, cioè un arco ricurvo con il semplice bottone, senza stabilizzazione, cliker e tanto meno mirino, neppure “tattile”.

La posizione dei piedi è fondamentale. Meglio contrassegnare in terra il punto che si trova in linea con il centro del bersaglio per dare maggiore stabilità

La posizione non è uguale per tutti. Per alcuni è “a squadra” per altri è “parallela”

Una volta stabilita la posizione dei piedi il resto è consequenziale. Le spalle devono essere in linea rispetto ai piedi, le braccia nella classica posizione cosiddetta a “T”

Il controllo deve essere preciso e, col tempo lo stesso arciere sarà in grado di riconoscere le proprie sensazioni motorie e correggere l’allineamento senza l’aiuto dell’istruttore

La trazione deve essere curata in modo da non aggiungere difetti inconsapevoli, come il ruotare della testa verso la corda, l’irrigidimento della spalla dell’arco, ecc.
Il rilascio sarà esattamente come per chi vede con la stessa difficoltà di apprendimento e controllo.




Un operatore vedente seguirà sempre l’arciere anche in gara per dare piccoli suggerimenti di controllo, ma questo rientra nella consuetudine di tutti gli sport per non vedenti, alcuni dei quali, come l’atletica, anche più strettamente legati alla presenza della guida-vedente. Nella corsa, infatti, atleta vedente e non vedente corrono insieme, fisicamente collegati e la prestazione è condivisa a pieno titolo pur senza togliere niente alla capacità e al valore dell’atleta non vedente. Oppure nello sci un istruttore vedente segue lo sciatore non vedente descrivendo a voce il percorso da seguire. Anche in questo caso niente toglie valore alla prestazione dell’atleta.

I risultati che si ottengono sono inaspettati, anche senza supporti esterni. Pertanto, per la diversità evidente delle scelte tecniche ci sentiamo autorizzati a ritenere giusta, nelle gare ufficiali, la distinzione, già presente a pieno titolo in FITARCO, tra lo “stile arco nudo” e lo stile con mirino tattile di qualunque tipo esso sia.

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Quello che conta è invisibile agli occhi

(Di Cecilia Trinci – Istruttore Nazionale I Livello FITARCO)

Può sembrare impossibile che, senza mirare, si possa centrare un bersaglio alla distanza di 18 metri, ed in realtà siamo abituati a privilegiare talmente le infinite informazioni che ci provengono dalla vista, da mettere in secondo piano possibilità diverse. Dobbiamo ricordare però che, pur essendo un aiuto di fondamentale importanza, la mira non può, da sola, garantire un buon risultato dal momento che è sempre la corretta esecuzione della sequenza di tiro e l’allineamento scheletrico a fare di un tiratore un bravo arciere. Su queste due considerazioni si basa il tiro con l’arco per non vedenti i cui punti di forza sono costituiti appunto dall’allineamento della persona rispetto al bersaglio, dal controllo propriocettivo di tutte le fasi della sequenza di tiro e dalla capacità di concentrarsi.

Dobbiamo considerare che le difficoltà sono enormemente maggiori rispetto ad un tiratore vedente, non solo per l’impossibilità di mirare, ma anche per tutta una serie di carenze di ordine conoscitivo e di supporto. I controlli che un arciere fa prima e durante la sequenza sono tutti di carattere visivo: non solo il fatto di mirare ma anche traguardare la corda, abbinare arco-freccia al bersaglio e anche all’ambiente circostante. Inoltre la conoscenza della distanza è per il vedente abituale e istintiva, mentre chi non vede conosce solo lo spazio a misura del proprio braccio, o, al limite, a misura del proprio bastone. Una distanza di tre metri non dà sensazioni o emozioni diverse di una distanza di 20 metri! Inoltre chi non vede non è abituato a dominare la distanza, ma anzi è abituato a subirla, a sentirsi limitato nella capacità di gestire il suo rapporto nello spazio. In questo senso il tiro con l’arco apre al non vedente possibilità inusuali che oltre ad essere esaltanti sono anche estremamente educative sul piano della qualità della propria vita.

I due gruppi adottano tecniche diverse. Il gruppo di Asti si serve anche di un sostegno meccanico che, opportunamente orientato, suggerisce al tiratore l’orientamento della mano che regge l’arco; una pedana fissa segna il posto per i piedi la cui collocazione è fondamentale per porsi allineati al centro del bersaglio. Il gruppo di Firenze si affida invece alla sola memoria motoria, lasciando un suggerimento tattile per i piedi, ma rifiutando qualunque supporto meccanico esterno perché si ritiene che questi possano influenzare negativamente la capacità di concentrarsi sul proprio gesto e sul riconoscimento delle sensazioni motorie. Queste, invece, una volta assimilate e registrate a fondo, sono capaci e sufficienti, da sole, ad essere guida per l’esecuzione del movimento giusto. In altre parole, una volta collocati i piedi in direzione del centro del bersaglio il resto dei movimenti sarà tutto consequenziale. Un buon coordinamento, uno stato di giusto rilassamento muscolare, la sicurezza acquisita dalla memorizzazione del gesto corretto daranno risultati insperati. In tal caso si preferisce porre l’attenzione solo sulla persona, senza ricorrere ad appoggi esterni o ausili di alcun tipo. Questa scelta anche se presenta maggiori difficoltà per l’arciere può dare risultati più soddisfacenti sia per la maggiore somiglianza del tipo di tiro a quello dei normodotati, sia per i risultati oggettivi ottenuti anche nei punteggi, come si è visto negli ultimi campionati. La presenza in piazzola dell’istruttore che può dare piccoli suggerimenti verbali, rientra nella consuetudine dello sport per non vedenti, che riconosce sempre la presenza di una “guida” vedente, come ad esempio nell’atletica o nello sci che hanno raggiunto le Paraolimpiadi.

Certamente i tempi di apprendimento saranno più lunghi che per un vedente anche per quelle carenze conoscitive di cui abbiamo parlato. In generale, infatti, chi non vede conosce solo, della realtà esterna, quello che ha potuto toccare. Per assurdo può darsi che un non vedente dalla nascita non conosca un gatto, se non lo ha mai toccato e sicuramente pochi sapranno descrivere in modo corretto un aereo o anche un grande albero o, ancora più difficile, il cielo.

Per gli ipovedenti il problema conoscitivo è minore dal momento che possono ricorrere a categorie di concetti di cui conoscono le caratteristiche, ma, in fase di esecuzione le difficoltà saranno simili, dal momento che il bersaglio non arriva nel loro campo visivo ed è impossibile anche per loro mirare e controllare lo spazio.

Chi non vede conosce le cose attraverso l’udito o il tatto e quelle che sono troppo lontane o che non producono rumore non esistono nella sua specifica realtà. Colpire un bersaglio con una freccia impone a chi non vede un percorso complesso: immaginare quell’intervallo spaziale tra lui e il paglione, immaginare quel punto invisibile da colpire, colpirlo con un gesto di cui può avere solo un controllo dall’interno di sé, senza potersi autosservare. Riceverà un rumore in risposta che imparerà ad interpretare come insuccesso (freccia al suolo) o successo più o meno parziale (un tipo di rumore per il centro, un altro per i contorni esterni del paglione). Quel rumore animerà il suo spazio sconosciuto e se per qualsiasi arciere colpire il bersaglio è un successo, per un non vedente significa aver acquisito una grande capacità di concentrazione e di controllo di sé. La scuola che lo porta a questo è la stessa che lo può guidare nella vita comune a non scoraggiarsi, ad essere tenace nel raggiungere “bersagli” di qualunque natura. E se questa caratteristica può essere comune a molti sport, il tiro con l’arco, al di là della sua contraddizione solo apparente con il concetto del non vedere, risulta accessibile anche a chi non ha particolari doti atletiche, non richiede ricchezza di movimenti mentre invece sprona alla ricerca di se stessi, al miglioramento dell’autostima, alla ricerca sempre maggiore di autonomia, insegna ad essere tenaci e costanti. Inoltre migliora l’equilibrio, potenzia la muscolatura e aiuta a migliorare la postura, tutti obiettivi di fondamentale importanza per i disabili visivi.

Dopo anni di sperimentazione solo nel 2001 è stato riconosciuto ufficialmente come sport praticato dai non vedenti nel corso dei Campionati Italiani F.I.S.D. di Cavareno (Trento) a cui hanno partecipato come atleti Massimo Franciolini, Alessandro Tanini, Giacomo Montanari (del gruppo di Firenze) e Massimo Oddone (di Asti). Nel 2002, agli stessi atleti si è unita Barbara Vetere, di Firenze che è diventata la prima Campionessa Italiana non vedente di tiro con l’arco.

Il gruppo di Firenze è guidato da Cecilia Trinci, istruttore Fitarco, affiancata da collaboratori come Nedo Vannucci, istruttore Fitarco e Arianna Donati, istruttore FIARC.

Sulla storia di questo gruppo, nato nel 1992 si potranno avere successivamente altre notizie.
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Arco come simbolo

L’arco, unito alle frecce, è ovunque un simbolo d’amore e un attributo della tensione vitale. Il dio Amore, il Sole, Shiva hanno tutti l’arco, la faretra, le frecce. L’arco di Ulisse rappresenta il potere di re, in Giobbe è la forza (“nella mia mano l’arco riprenderà la forza”). Nel Sagittario è la sublimazione dei desideri. L’arcobaleno è il simbolo della speranza, del legame tra cielo e terra “E Dio disse, io ho messo il mio arco nella nuvola ed esso sarà per segno del patto tra me e la terra. Ed avverrà che quando io avrò coperto la terra di nuvole, l’arco apparirà nella nuvola” (Genesi 9, 13-14).

Nella tradizione orientale l’arco non è fatto per i muscoli. “Per tirare la corda non si deve impiegare la forza del corpo, si deve imparare a lasciare alle mani di compiere tutto il lavoro, mentre i muscoli delle braccia e delle spalle restano rilassati e non sembrano partecipare all’azione”. E ancora “maggiore è l’ostinazione con cui cercate di imparare a scoccare la freccia in modo da colpire il bersaglio, meno vi riuscirete e più lontano sarete dal bersaglio. L’ostacolo che si frappone è il vostro desiderio eccessivo”. (Eugen Herrigel, Lo zen e il tiro con l’arco).
Tiro con l’arco allenamento per la mente

Scopo della freccia è quella di volare dritta al bersaglio, anche in occidente e anche nel tiro con l’arco visto semplicemente come sport, la determinazione al risultato è parte integrante di un gesto che richiede agilità, armonia, fermezza e costanza. Ognuno possiede un bersaglio interiore e a quello deve tendere, facendo in modo che esso stesso non diventi anche ostacolo, impedendo alla mente di purificarsi nella sua assoluta determinazione. Il tiro con l’arco è una gara dell’arciere con se stesso ed è questa la sua vera essenza.

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Attività collegate: Bocce

Collaborazione con F.I.B. Federazione Italiana Bocce e, in particolare, tra l’Associazione Archètipo e la Società Sportiva Affrico di Firenze.

Le bocce per non vedenti e ipovedenti grazie alla disponibilità di alcuni bocciofili di valore come Giancarlo Gosti, Fernando Reali e Dino Bonaiuti che stanno guidando la squadra sperimentale dal novembre 2003.

Giancarlo Gosti, in collaborazione con Archètipo e, in particolare con Cecilia Trinci e Naoko Watanabe, sta pensando ad un regolamento adattato per i non vedenti e, in un prossimo futuro, ad un manuale del gioco delle bocce “speciale”.

Questo “gioco” è anche uno sport vero e proprio, rappresentato all’interno del C.O.N.I e che conta, in Italia, numerosi iscritti che partecipano a Campionati Italiani e Internazionali. E’ uno sport che consente di mantenere una buona forma fisica e spirituale a tutte le età e che apre lo spazio psicologico del movimento anche a chi ha handicap sensoriali, permettendo di sviluppare concentrazione e coordinazione e offrendo a chi non vede la possibilità di governare anche lo spazio lontano, in piena sintonia con il tiro con l’arco.

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